Il Corridoio 5, la grande opera promossa dall'Unione Europea per collegare, attraverso una rete ferroviaria ad alta velocità, le regioni occidentali del continente con quelle orientali (partendo da Lisbona e arrivando fino a Kiev), pare essere giunta ad un punto di stallo. Il motivo? i Valsusani.Questa piccola popolazione, che risiede nel versante orientale delle Alpi Cozie, ha deciso di ribellarsi all'ennesimo scempio perpretrato da uno Stato sovrano nei confronti della loro amata vallata.
Era il 1840 quando Carlo Alberto approvo la realizzazione di un tunnel ferroviario che unisse i regi terriotori di Savoia e Piemonte, passando attraverso un grande traforo da realizzare ai piedi del monte Frejus. I lavori si conclusero nel 1871 quando ormai la Savoia era stata ceduta alla Francia come pagamento per aver sostenuto i regnanti piemontesi nella loro lotta di unificazione della penisola italiana. Nonostante ciò, il neonato Stato Italiano considerò l'operà di grande utilità perchè rappresentava un'eccelente via di comunicazione con l'Europa industrializzata.
Visto il boom economico e il crescente commercio di merci tra gli stati europei, alla fine degli anni Settanta il governo italiano decise di dare il via ai lavori di costruzione di un tunnel autostradale che, correndo parallelo a quello ferroviario, permettesse un maggior flusso di merci e di persone tra l'Italia e i suoi vicini. E così il 12 luglio 1980 venne inaugurato il traforo autostradale del Frejus tra gli appluasi delle leadership italo-francesi e i borbottii dei valsusani che videro la loro valle devastata per la seconda volta da una grande opera costruita nel nome del Progresso.
Arriviamo così al 1996, l'anno di approvazione del progetto denominato Corridoio 5, la grande opera europea che prevede la realizzazione del terzo traforo sotto un monte, il Frejus, che ormai appare sempre più simile a una montagna carsica.
Ma è proprio vero il fatto che i due trafori abbiano contribuito a sviluppare il nostro paese? certamente il triangolo commerciale Torino-Milano-Genova avrà tratto giovamento dal primo traforo; e probabilmente le imprese lombarde e piemontesi hanno conosciuto un rapido aumento dei loro profitti grazie ai ridottissimi tempi di trasporto garantiti dal traforo degli anni Ottanta; ma questo nuovo "buco" è davvero necessario? a chi serve, all'Unione o all'Italia?
Certamente i valsusani questa domanda non se la sono posta visto che hanno già pagato, per ben due volte, un caro prezzo nel nome dello sviluppo economico del nostro Paese.
Una domanda che è stato posta è invece: "perchè non si potenzia la linea ferroviaria già esistente?" E la risposta non è tardata ad arrivare: "le dimensioni della galleria non permettono il trasporto di determinate categorie di carrozze, inoltre il traforo è situato ad un'altezza tale che si rende necessaria la spinta di due locomotori per trasportare le merci lungo la linea che presenta una fortissima pendenza".
Quindi fino a qui sembra evidente che il nuovo traforo è indispenbile; ma se andiamo ad approfondire scopriamo che i dati dimostrano che la vecchia linea non è sfruttata al massimo delle sue potenzialità, questo denota che il traffico non è così elevato da richiedere indispensabilmente una nuova linea.
Ma quindi? quest'opera non serve? Forse all'Italia direttamente no, certamente servirà all'Unione visto anche che è stata lei a promuoverla; o forse non aiuterà neanche lei, visto che i collegamenti tra i vari paesi esistono già e sono decisamente efficenti.
Ma insomma vale la pena compromettere ulteriormente una vallata, per realizzare un opera che probabilmente (e sottolineo questo termine) porterà scarsi contributi all'Italia e all'Europa? Vale la pena devastare ulteriormente la natura nel nome del benessere e dello sviluppo di una comunità sempre più esigente?
Lasciamo la risposta agli esperti di Roma e Bruxelles; e per passare il tempo mentre aspettiamo andiamo ad Avigliana, a Bussoleno, a Susa e in tutti i comuni della vallata a dare una mano ai valsusani a difendere il loro territorio, perché ahimé la natura non si difende da sola.
Nicolò Berti
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